Storie e Racconti

Un grande balzo per Matteo, un piccolo passo per l’umanità🤾🏻‍♂️

Un grande balzo per Matteo, un piccolo passo per l’umanità🤾🏻‍♂️ · 1/5

Come alcuni sapranno, all’inizio di quest’anno sono atterrato sul cemento della stazione centrale di Innsbruck mentre rientravo dal lavoro in bici. Per fortuna non è successo in quel frangente niente di realmente grave; tuttavia, negli istanti in cui cercavo di tenere la situazione sotto controllo, ho stressato l’articolazione della mano destra contro il manubrio per poi cadere al suolo con entrambe le mani avanti. Il risultato di questa performance coreografica è stato non poter più arcuare le liste, il tutto due settimane prima di partire per la Spagna e cioè per un viaggio al quale pensavo da mesi. Da un lato quindi ciò significava – perché ovviamente ci ho provato – non riuscire a dare dei tentativi seri al mio progetto a Perles; dall’altro, per uno che arrampica da quando ha 5 anni e che non aveva mai avuto un singolo infortunio serio, non potere fisicamente più arrampicare come ha sempre potuto e voluto fare.

Ho interpretato questo stop improvviso come altre volte avevo fatto in momenti di stress o, ad esempio, quando una mattina d’estate del 2025 il mio gomito era gonfio come una palla da tennis, dunque diversificato il mio modo di essere atleta.

Mi era già capitato di correre più di venti chilometri partendo dalla mia casetta di Innsbruck, ritrovarmi davanti all’immagine di Hermann Buhl a Hungerburg durante una nevicata e scendere camminando nel magico silenzio degli abeti, dei faggi e dei pochi larici sopra l’Alpenzoo perché le gambe non reggevano più.

Mi divertiva molto in realtà esprimere la mia energia in modi nuovi. Vedi ad esempio il 19 giugno scorso quando sono partito dai giardini dell’Hofgarten, con una massima giornaliera sui 30 gradi, a 574 metri sul livello del mare e poche ore dopo salutavo la fauna locale e riempivo pagine di diari – a 2559 metri di quota sulla cima della Vordere Brandjochspitze.

Comunque, il mio grande balzo è stato salire Wrangler ieri, nella falesia di Capanna Bill. E non è un fatto di difficoltà – salivo l’8b e l’8b+ a tredici anni d’età nel 2012 – si tratta bensì di riuscire finalmente ad arrampicare, con la testa libera dai pensieri e la consapevolezza che pianificare allenamenti anche forse troppo intensi per il mio stato di forma sta funzionando.

Mentre rientravo dalla falesia, riflettevo su alcune parole che ho scritto di recente ad un’amica: il cielo porta più lontano di qualsiasi sentiero di montagna.

E, credetemi, ieri sera non avevo mai visto un cielo così blu.

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L’IA: intelligenze aliene e limiti

L’IA: intelligenze aliene e limiti · 1/3

Ascoltavo un discorso di Paolo Bonolis per TED e organizzato da LUISS. È un intervento dell’11 giugno 2015 che Bonolis apre raccontando di un libro scritto da Fredric Brown e intitolato “Answer”, nel quale si racconta di scienziati che volevano rispondere alla domanda “Dio esiste?” e affidavano quella domanda a un computer sempre più grande, sempre più potente, sempre più super. Finché di tecnici ancora vivi per costruire il computer più potente della storia non ne rimase nessuno e finalmente giunse, in un silenzio stellare, l’agognata risposta:

“Dio esiste? Adesso sì.”

L’intervento prosegue con il tema della conoscenza indotta, non dedotta e della insostenibile velocità a cui ci fanno correre i computer. Finisce con una citazione di Guy Debord: “L’uomo assomiglia ai suoi tempi più di quanto assomigli a suo padre”.

È proprio quest’ultimo argomento a farmi riflettere su come il progresso tecnico ci stia ora proiettando in un qualcosa che non siamo in grado ancora di descrivere. Forse non sapremo mai veramente definire quello che succede né formulare parole in grado di riflettere quello che ci circonda.

Non ho scritto “intelligenza aliena” a caso nel titolo… Leggevo infatti una frase di qualcuno su X dove si affermava appunto questo concetto.

Di recente OpenAI, l’IA per l’uomo comune (for the people) che si quota in borsa (occhiolino!), scriveva sempre sulla stessa interfaccia grafica di essere riuscita a risolvere un problema matematico finora irrisolto. Tutto bello.

Sottoporrò questo mio testo, che andrò a scrivere anche in inglese e tedesco, alla macchina e al suo occhio attento. Sarò consapevole di dialogare con uno strumento potentissimo a cui farò eseguire il comando di leggere quanto ho scritto e dirmi se mi è scappato qualcosa. Mi aiuterà a capire in che modo strutturare, in questo caso, le mie traduzioni – anche per il futuro. Vedrò inoltre un sottile telo nero posarsi su questi caratteri quasi a volerne attenuare l’effetto, per esempio ricordandomi del mio stile ridondante secondo cui scrivo. Alla fine, la macchina farà quello che fanno le macchine e riporterà quanto ho detto ai parametri standard. Ci proverà, almeno, e nel farlo inghiottirà quanto esprimo per riempirne le sue memorie.

Quindi sì, l’uomo assomiglia ai suoi tempi più di quanto assomigli a suo padre e, in un tempo in cui da questo capitalismo marcio quasi simili a piante nascono doni come l’accesso all’informazione in pochi istanti, la domanda delle domande non è chiedersi che ne sarà di noi e seguire la corrente; non è girare video sul nuovo feudalesimo della “bolla tech”; non è nemmeno affidarsi allo Stato con pretese e redditi universali.

La domanda delle domande è: “Come indirizziamo davvero tutto ciò che siamo riusciti a costruire per una società che può fare affidamento su sé stessa?” Ma soprattutto: “Quali parole scegliamo per proseguire in modo concreto e sostenibile?”

Perché, con una Intelligenza Artificiale Generale che è in arrivo e si basa su modelli linguistici di grandi dimensioni, finiranno le parole nuove che i grassi signori feudali possono riferirle.

Scrive Markus Gabriel: “Ciò che è progresso visto da una prospettiva può essere regresso visto da un’altra”. Limitarci nell’utilizzo di questa tecnologia, evitando la perfezione e supportando noi stessi nell’ambito delle sfide del nostro tempo, è un buon modo di “riavviare il sistema”.

Sempre con la consapevolezza che quello che scrivo io, tu, loro e ogni essere umano è un respiro nuovo e unico. Perché, nel testo a cui sto lavorando, “Rückenwind” verrebbe tradotto automaticamente come “vento a favore”. Però io, nella mia individuale esperienza umana, ho in mente un altro termine che non dico, né a te né al modello LLM di turno.

Dovrete aspettare e, nel frattempo, riflettere sulle parole di Han Kang, tradotte così da Milena Zemira Ciccimarra:

«Quanto è difficile per noi restare umani, qualunque cosa accada? Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, insiste sulla necessità di immaginare i tanti punti di vista delle persone e degli esseri viventi che abitano questo pianeta; il linguaggio ci collega gli uni agli altri. La letteratura, che si fonda sul linguaggio, possiede inevitabilmente una sorta di calore corporeo. E, altrettanto inevitabilmente, leggere e scrivere letteratura vuol dire opporsi ad ogni atto che distrugga la vita.»

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Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo?

Dalla cima della Tofana di Rozes si riconosce molto bene il campanile, la cui costruzione fu avviata da Silvestro Franceschi con la fondamentale collaborazione dell’architetto viennese Hermann Bergmann e conclusa nel 1858 con roccia dolomitica, prelevata un po’ più in là, appena sotto il monte Faloria.

Bene si vede anche Corso Italia e questo mi riporta allo scorso 30 agosto e alla giornata che, tradizionalmente, chiude in bellezza la settimana della Fešta de ra Bandes.

Ripenso quindi all’ultima marcia delle 19:30, la quale portava bella musica ovunque e metteva a posto le vetrine, disponendole alla loro funzione primaria ovvero riflettere ciò che passa loro davanti.

Mi sono specchiato in questa immagine comune e mi sono chiesto:

Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo?

Sicuramente cantiamo “Anpezo el nosc paes”, però ci sono anche altre cose di cui cantiamo, che raccontiamo e suoniamo.

Io, per esempio, intendo scrivere del pluralismo che permea ogni aspetto del quotidiano ampezzano, di una comunità riunita sotto un nome, un cognome e un soprannome:

Cortina d’Ampezzo – Anpezo.

Voglio inoltre scrivere di questa vera comunità montana che vuole stare unita come i popoli delle alpi tutti, quindi di una comunanza consapevole di come il rumore bianco di sottofondo mai possa coprire certe note musicali.

Non saprei dire cosa cantino e canteranno i ladini d’Ampezzo, tuttavia possiamo contare sul formidabile esempio delle meravigliose Dolomiti che ci ospitano. In fondo sappiamo, ognuno di noi sa, distinguere toni acuti e rumori di fondo.

Continuiamo a scrivere, continuiamo a comporre!

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Delle definizioni e delle menzogne le quali la montagna non racconta

Una storia di simboli eterni e di ciò che la montagna saprà sempre sussurrarci.

Delle definizioni e delle menzogne le quali la montagna non racconta · 1/7

Questo testo, queste parole, avrebbero dovuto trovare la luce molto prima.

Questi caratteri avrebbero dovuto essere scritti, essere battuti, essere letti e sentiti con il cuore ben prima dell'istante in cui mi sono deciso di renderli concreti, alzando lo sguardo verso il monte Serles che domina su Innsbruck e sulla valle dell’Inn.

Racconterò una storia di montagne, definizioni e attimi a due passi dal cielo.

20 agosto 2024: il giorno delle consapevolezze.

Esattamente in un martedì di mezza estate ho deciso di scoprire, di salire e di andare in cima sulla punta di quella piramide che tanto a lungo avevo osservato passando in bici lungo la Meinhardstraße.

Parlo di un monte il cui nome deriva da secoli di evoluzione e va indietro a una fase in cui una lingua di minoranza, come il ladino parlato nella vallata d'Ampezzo, non necessitava di etichette, non necessitava di grammatiche e non necessitava di programmi scolastici.

Da libero montanaro cerco quotidianamente spunti per conoscere il territorio attorno a me. In una di quelle spontanee conversazioni nate a lavoro, un signore mi fece notare come la parola monte, che in tedesco si dice “der Berg”, sia appunto in un contesto germanofono di genere maschile, eccetto quell'unica figura, quell'unica piramide che sa ricordare le Dolomiti in cui sono nato.

Una piramide alta 2717 metri. Continuai ad informarmi…

Il monte in questione si chiama appunto “Serles”, in tedesco “die Serles”.

“Sole” in lingua tedesca si esprime al femminile come “die Sonne”. In “ladino antico” “Suredl” si riferiva proprio alla nostra stella, mentre in ladino ampezzano si parla di “soróio” e, volendo precisare, “soróio” e “suredl” derivano dalla stessa radice comune. Entrambe le varianti sono infatti il risultato dell’adattamento nel corso dei secoli della radice latina “sol”.

Insomma, Suredl conferì la forma femminile evocativa del sole, mentre Sörls, toponimo di origine romanza attestato fin dal quindicesimo secolo, fu la base di partenza per il toponimo attuale Die Serles. La targa al Serlesjöchl mi propose quel giorno proprio questa interpretazione. La accolsi così come mi si presentò.

Ma torniamo a quel famoso martedì, a quella giornata estiva piena di sole e vuota di nuvole. Da mediatore linguistico e traduttore affacciatosi a una realtà nuova sentivo una certa attrazione gravitazionale verso questa storia.

Come diceva qualcuno: “Se cambi il modo di vedere le cose, le cose che vedi cambiano”. Così ho affrontato questo percorso partito appunto in un ripido bosco nella Valle dello Stubai: ho impostato il passo, forse ho corso come al solito quando sono da solo. Dopo pochi respiri mancavano alcune centinaia di metri a raggiungere il “Serlesjöchl”, una forcella da cui si vede Steinach am Brenner dall'alto. Vedo un cartello, quello delle foto che accompagnano il mio racconto, leggo del perché il Serles si chiami “die Serles” e sia di genere femminile andando in modo netto contro la regola di un tedesco per il quale "Monte" è una parola maschile. Tra l'altro Goethe lo definì “Hochaltar Tirols”. Tradotto in italiano: l'alto altare del Tirolo.

La voglia di arrivare in cima cresce.

Proseguendo, vedevo le vette intorno a me e bisbigliavo ai gracchi alpini i quali mi svolazzavano intorno. Arrivato su, mi accoglieva un panorama incredibile così come introdotto dal gigante della letteratura germanofona: tante cime non sarei mai riuscito a contarle in un pomeriggio solo. Un altro gracchio volava con le ali e io con la mente. In un certo modo sentivo fossimo pari, ugualmente liberi, parimenti elevati ad una distanza sicura dal terreno. Sentivo fossimo amici e mi sono permesso di offrirgli un tarallo, d’altronde il cibo unisce.

Dopo aver dormito di fianco alla croce di vetta mi sono avviato in discesa: a 2717 metri di quota temevo un fronte nuvoloso più in su verso il ghiacciaio dello Stubai. Le bandiere nepalesi svolazzavano, ancora mosse dal vento forte. Io rientravo, a tratti correvo giù per il pendio montuoso. Per cena pizza e un ricordo prezioso da conservare. Le gambe stanche, stanche di quella fatica che ripaga.

Infatti era proprio così: avevo trovato la risposta definitiva al perché l’alto altare del Tirolo sia di genere femminile e quindi il simbolo della valle dello Stubai, il monte che si erge su Innsbruck capitale delle Alpi orientali, porti un nome eterno proprio come la forma geometrica a piramide che lo contraddistingue.

Al Serles è stato affidato un toponimo chiaro dalle popolazioni ladine insediate in tempi antichi sulle Alpi e, esattamente negli istanti nei quali ripercorrevo le pieghe di questa storia, ho colto un diamante dal valore inestimabile. Ovvero questa consapevolezza:

le montagne non mentono, non lo hanno mai fatto e mai lo faranno.

Lassù, a 2717 metri sul livello del mare a picco sul comune di Fulpmes nella Valle dello Stubai, si sussurrano ancora frasi in ladino.

E scrivo di come tutto ciò sia infinitamente prezioso, poiché i candidi monti fra cui ho avuto il privilegio di crescere, con i loro nomi e le loro figure non riproducibili, sanno raccontare di più dei territori su cui sorgono di quanto secoli di lotte, contese, convenzioni, accordi, paci e trattati abbiano mai potuto nonché saputo fare.

Insomma, arrivo al punto: la montagna non necessita di etichette, perché vive delle definizioni tramandate di generazione in generazione a partire dal Big Bang e insegna ancora e sempre, all’umanità tutta, a elevare giudizi per l’appunto umanamente coerenti con il dono stesso di saper dare dei nomi agli elementi del reale.

Non dimentichiamoci però un fatto importante:

La montagna, in questo moderno mondo, sopravvive benissimo anche senza le definizioni che la ricoprono.

E noi?

Rispondere a questa domanda fa secondo me vacillare gli equilibri dei palazzi di cristallo, i quali l’uomo moderno cementa sulle paludi alla base dei monti per farci risiedere le proprie ferree (in)certezze. E qui parla il montanaro: salire questi palazzi, siano essi fatti di idee come di acciaio e vetro, non può essere investito dello stesso significato rispetto a sedersi accanto alla croce di vetta e non sapere esattamente come ci si è arrivati.

La montagna non sa esprimersi perché la roccia non parla, almeno fino a prova contraria. Però fa una cosa molto, molto bene: ci porta ad ascoltare e ricorda a noi stessi quanto siamo piccoli.

Non esprime parole, non racconta bugie, non affibbia definizioni.

La montagna non teme terremoti, al contrario di certe vetrate scintillanti.

Ménego

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